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QUALITA’ DEL DVR – assenza di procedure scritte per lavorazione complessa e a Rischio -  RESPONSABILITA’ DEL DATORE DI LAVORO

Riflessioni ed approfondimenti sui temi affrontati dalla sentenza della Cassazione Penale, 04 maggio 2012, n. 16888 - Infortunio mortale, omissioni di un datore di lavoro e di un capo-reparto: pluralità di garanti in tema di normativa antinfortunistica

Geom. Augusto Ferraioli di Pianeta Sicurezza Srl

 

La sentenza ripropone diversi temi di particolare interesse, la qualità del DVR, delle procedure operative di sicurezza e quando si può definire abnorme ed anomalo il comportamento del lavoratore, con conseguente responsabilità prevalente nella dinamica di un infortunio.

 Il tema relativo alla qualità delle procedure di sicurezza è una delle “criticità” più diffuse nelle imprese che eseguono lavorazioni a Rischio.

La sottovalutazione della definizione, di procedure scritte, come parte integrante del DVR  è considerata secondaria  da molti Datori di Lavoro e tecnici impegnati nel campo.

Molti, troppi datori di lavoro affidano la redazione di DVR, ad  “esperti”, nella stampa di CD, nella predisposizione di manuali utilizzabili come dispense formative sulla legislazione, senza nessun “ancoraggio” alla specifica realtà aziendale – spendono poco, spendono male e senza adempiere agli obblighi previsti dalla legislazione vigente.

Tecnici, nostri colleghi, che declinano il proprio ruolo in un mero servizio di “copisteria”, offrendo consulenze al costo di una “fotocopia”.

Nella sentenza la corte di cassazione scrive:

“Con specifico riferimento alla posizione di garanzia degli imputati ed al nesso di causalità tra gli addebiti mossi agli stessi e l'evento, la Corte di merito sottolineava ancora quanto segue: sia l'ispettore D. che II CT del P.M. avevano concordemente affermato che il documento di valutazione dei rischi inizialmente elaborato dalla ditta (prima del sinistro) non prevedeva nulla circa le modalità specifiche di effettuazione delle operazioni di accoppiamento delle virole in sicurezza, ragion per cui anche quella affermatasi, di fatto, in ditta quale prassi "normale" di esecuzione dell'operazione - ossia quella di avvicinare la seconda virola all'altra (già posizionata sul posizionatone a rulli) mediante imbracamento della stessa con una fascia di sostegno sottostante, prassi questa che, di fatto, a giudizio degli stessi tecnici, era adeguata, in buona parte, ad annullare il rischio di caduta della virola - non costituiva, appunto, oggetto di una vera e propria prescrizione disposta, sin dall'origine, dal datore di lavoro (che nulla aveva previsto al riguardo di specifico), ma era una prassi derivata, di fatto, solo dall'esperienza dei singoli operatori e dalla consuetudine, tanto che, poi, era stata, per cosi dire, perfezionata con le ulteriori prescrizioni imposte dall'ispettore del lavoro D.S., attuate dalla ditta dopo l'incidente mortale in oggetto; a ciò doveva altresì significativamente aggiungersi che il modo di procedere, nell'occasione, da parte della vittima, ai fini dell'accoppiamento e saldatura delle due virole, lungi dal rappresentare una procedura del tutto anomala ed imprevedibile, costituiva un modo dì procedere, seppur non frequente, comunque già adoperato e tollerato in ditta, come emerso dalle deposizioni rese dai testi D.F.L., D.T.A. e T.G.; dalle deposizioni testimoniali delle persone presenti in ditta il giorno del fatto era emerso pure che l'imputato T., avente funzioni di capo squadra, in detto giorno ed all'ora del sinistro, non era presente sul luogo dell'incidente, ma si trovava in altra zona dello stabilimento.

Basandosi su tali risultanze probatorie fa Corte territoriale così conclusivamente si esprimeva: la ditta del P., con ciò contravvenendo alle disposizioni di cui agli artt. 4 e 35 del D. Lvo n. 626/94, non aveva, all'epoca del fatto, assolutamente dato disposizioni particolari e specifiche per lo svolgimento della delicata procedura di assemblaggio ed accoppiamento delle virole costitutive delle torri eoliche e, per le stesse ragioni, non aveva, dunque, adottato in ditta, al di là di una generica prescrizione contenuta a pag. 51 del documento di valutazione dei rischi, concrete misure tecniche ed organizzative adeguate per ridurre al minimo i rischi connessi all'uso delle suddette attrezzature destinate a sollevare carichi così rilevanti: in particolare, e sotto tale ultimo profilo, era risultato che, di fatto, il datore di lavoro consentiva, sia pure in casi particolari e non generalizzati, l'adozione di prassi difformi da quella già essa stessa solo per consuetudine (e non per specifica prescrizione) di fatto attuata; siffatte modalità talvolta consentite dalla ditta, in persona del datore di lavoro (vari testi escussi avevano riferito che il P. non stava solo negli uffici, ma si recava spesso sui luoghi di lavoro a controllare ed a dare disposizioni, ragion per cui era ben difficile sostenere che egli non fosse a conoscenza di modi di procedere anche del tipo di quello posto in essere dal D.nel giorno del fatto), e non ostacolate neppure dal capo-reparto T. [in violazione, in tal caso, del disposto dell'art. 4, 3° comma lett. f del D. Lvo n. 626/94, cosi dovendosi diversamente qualificare il fatto contravvenzionale di cui al capo D)] erano estremamente precarie e pericolose, dato che la virola, in pratica, veniva ad essere sostenuta da oggetti e congegni destinati facilmente a cedere proprio a fronte del peso non indifferente della stessa virola, come, del resto, accaduto nel caso dell'infortunio di cui era rimasto vittima il D.; appariva evidente che la mancata adozione di un piano di sicurezza relativo alla specifica lavorazione alla quale era adibito il D. e, soprattutto, il mancato divieto, a livello tecnico-organizzativo (da parte del datore di lavoro P.) quantomeno dell'adozione, di fatto, di procedure operative non conformi alla prassi in concreto realizzatasi in ditta, nonché il mancato controllo (da parte del capo reparto T.) circa l'eventuale adozione di sistema operativi difformi dalla prassi instauratasi e, di per se stessi, pericolosi, avevano avuto una indubbia efficacia concausale (unitamente alla condotta colposa dello stesso lavoratore nell'adozione delle suddette procedure di assemblaggio) nella determinazione dell'evento mortale; né poteva sostenersi che il comportamento tenuto in concreto dalla vittima, per quanto oggettivamente imprudente, fosse stato anomalo ed imprevedibile tanto per il P.: quanto per il T., sì da potersi considerare come causa sopravvenuta ed unica dell'evento.”

 Nel ricorso in cassazione presentato dai legali degli imputati, si legge:

 “La Corte d'Appello, infine, avrebbe completamente omesso qualsiasi giudizio controfattuale, non avendo valutato se l'esistenza di un piano di sicurezza relativo all'operazione di specie, di natura formale e non solo applicato costantemente nella prassi, avrebbe evitato l'infortunio: sarebbe piuttosto logico pensare che il D., così come aveva contravvenuto la pratica costante (standard) dell'operazione di accoppiamento delle virole, avrebbe con analoga imprudenza contravvenuto anche ad una eventuale procedura messa per iscritto.”

Il paragrafo parla di un modus operandi consolidato,  quanti di noi si sono sentiti rispondere, “vede la lavorazione consiste in …….” “organizziamo il lavoro con queste modalità” ecc. – tu ribatti: “Il POS il DVR, non ne parla, descrive un luogo di lavoro “tipo” – ti senti ancora rispondere: “vede il documento non può entrare nel dettaglio, non può descrivere ogni movimento, ogni operazione nei minimi particolari”. Con queste e tante altre motivazioni si giustifica un POS e un DVR, generico, privo dei contenuti minimi, a monte vi è la pratica di affidare la redazione del documento a chi si propone per un compenso equivalente ad un “caffè”.

Si tratta di far comprendere agli imprenditori che investire in sicurezza, significa anche spendere a monte in analisi e progettazione. Senza analisi e progettazione si “naviga” a vista, si rischia di spendere male e inutilmente, perché a valle di un incidente ci si troverà inadempienti.

 Come non considerare una operazione a Rischio quella in cui si è determinato l’incidente mortale oggetto della sentenza in esame?.

Come non riflettere sul fatto che il DVR, non contenesse la successione delle operazioni da compiere, l’analisi dei carichi, peso e conformazione, dei dispositivi di sollevamento, delle modalità operative per saldare, cioè mantenere la “Virola” in posizione di accoppiamento, compresa la composizione della squadra?.

Nel ricorso i legali degli imputati, ripropongono un “dire” comune:  “non avendo valutato se l'esistenza di un piano di sicurezza relativo all'operazione di specie, di natura formale e non solo applicato” – il piano sarebbe un atto “formale”, una scrittura non determinante, infatti in un passo successivo si afferma: il lavoratore “avrebbe con analoga imprudenza contravvenuto anche ad una eventuale procedura messa per iscritto.”.

Il paragrafo rappresenta bene il “pensare” e il “dire” comune, la prassi che porta a redigere POS e DVR generici, ad opera di tecnici che stampano una “libreria”, una successione di schede generiche.

Nessuno di noi, impegnati in questo campo è esente da “peccati”, purtroppo in questo frangente storico vi è una “cannibalizzazione” del mercato, con una rincorsa a ribasso, che raggiunge situazioni limite ingiustificabili.

Le Società impegnate in questo campo, con propri tecnici, dipendenti, si trovano nella drammatica situazione di  trattare lavori con compensi di  3 euro l’ora, quando un dipendente medio costa non meno di 30,00 euro l’ora, paradosso del terzo millennio?, purtroppo spiacevole realtà del presente.

Qualcuno potrebbe obiettare che, partendo da una sentenza che tratta argomenti specifici, si torna strumentalmente a parlare di altro. Noi riteniamo che vi è una “circolarità” fra i temi, anzi non si può prescindere dalla “deriva” in cui sta declinando la consulenza nel campo della sicurezza e prevenzione sul lavoro.

Definire a “monte”, integrare “durante”,  procedure scritte, riferite a lavorazioni complesse e ad alto Rischio è imprescindibile, richiede tempi e risorse umane. Un investimento che si ritrova a valle, con un processo più organizzato, una economia sui tempi e le modalità operative, che previene “responsabilità” civili e penali, i cui costi possono essere incalcolabili.

Spendere il giusto e spendere bene, non è uno slogan ma un elemento su cui far riflettere gli imprenditori.

Nella sentenza leggiamo il seguente paragrafo:   

non costituiva, appunto, oggetto di una vera e propria prescrizione disposta, sin dall'origine, dal datore di lavoro (che nulla aveva previsto al riguardo di specifico), ma era una prassi derivata, di fatto, solo dall'esperienza dei singoli operatori e dalla consuetudine, tanto che, poi, era stata, per cosi dire, perfezionata con le ulteriori prescrizioni imposte dall'ispettore del lavoro D.S., attuate dalla ditta dopo l'incidente mortale in oggetto”

In assenza di procedure scritte, il datore di lavoro non può dimostrare di aver dato disposizioni specifiche, di aver formato ed istruito i lavoratori.

Un DVR redatto in modo specifico e dettagliato è uno strumento che a valle di un incidente può diventare un importante strumento per dimostrare e documentare le “responsabilità” civili e penali.

Testo Sentenza - link